Diventare famosi

VUOI SCOPRIRE IL SEGRETO PER UNA CARRIERA BRILLANTE DA DEE JAY?

 a cura di Edo Morellie626f4b78db659ec4eee98f079ce1152.jpg

Come si diventa dj famosi?

Il dj famoso non e’ detto che sia anche bravo.
Il dj bravo non e’ detto che sia anche famoso.
Il dj famoso una volta tale, diventa bravo.
Il dj bravo una volta tale, non diventa famoso.

Questa e’ la legge.

Mi spiego.
Il dj che vuole diventare famoso non deve puntare tutto sulla sua bravura, diventa popolare perche’ e’ un leader di compagnia ( ha tanti amici che lo seguono)…. Il dj famoso e’ un promoter di se stesso.
Ha leccato piedi e ha fatto faccia tosta con molte persone. Si e’ venduto bene.
Pensate che il dj famoso solitamente a molti risulta anche bravo
(anche se e’ una mezzasega).
Il gestore di una discoteca chiama il dj famoso perche’ gli porta gente e soldi nel locale.(lo posso garantire).
Il gestore di una discoteca non e’ interessato ad avere un dj che mixa bene se non gli porta che l’amico e la sua fidanzata (magari un cesso). A meno che non sia Gay. E’ tutta questione di Business.

Se volete diventare dj famosi cercate di diventare PR e portare 300 persone in un locale. A questo punto se chiedete ad un gestore di farvi suonare perche’ se mettete voi i dischi vengono 300 persone.. il gestore vi fara’ suonare e si spargera’ la voce che voi siete un dj che porta gente.
Pian piano vi ingrandirete e avrete a seguito migliaia di giovani . Siete famosi e bravi.
I dj famosi che prendono 4000 euro a serata e’ gente che ha 35 anni, 20 di carriera e hanno cominciato in anni dove il dj era una star. Hanno seminato molto e ora raccolgono.

I dj che diventano famosi in questi tempi sono di 2 categorie:
Quelli con 3 anni di esperienza ma con alle spalle un agenzia che gli spinge a palla perche’ sono belli e le fighe diventano matte. Non immaginate quanti ce ne sono che vengono su come funghi.

Sicuramente gli avete visti suonare nel vostro locale preferito e avete pensato:” chi cazzo e’ questo? Bah… sembra famoso visto la gente che ha intorno” . tutta scena credetemi. Quel tipo di dj non vale un cazzo e magari dopo 3 anni lo si vede in qualche programma tv di belli e belle. In questo primo caso l’artista non esiste.

 La seconda categoria e’ quella che personalmente gode di piu’ stima , il dj produttore.
Siccome il dj, diventa artista, quando e’ anche musicista e produttore ( deve farli lui i dischi pero’, non deve solo metterci il nome) .Diventi famoso perche’ fai un disco che diventa una hit e ti chiamano in tutto il mondo a suonare.

Questa strada e’ la piu’ difficile per raggiungere la fama. Se non hai talento nel fare musica ( house) non farai mai il disco che spacca e resterai sconosciuto.Il pro di questa strada e’ che se diventi un bravo producer non ti tira giu’ nessuno dal podio della fama.

Se sei un dj famoso solo perche’ hai chi ti spinge …nel momento che nessuno ti spinge piu’ o nel momento che passi di moda sei finito.
Nel caso del dj producer invece il destino dipende solo da te e devi solo ringraziare il tuo talento che ti ha fatto compagnia.

Morale.
Decidete voi che strada prendere. La mia l’ho gia scelta.

Afromusic….che passione!!

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AFROHISTORY

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a cura di Edo Morelli

La musica afro è un genere musicale che mescola diverse sonorità grazie soprattutto ad un lavoro di Djing.

La musica afro nasce in Italia negli anni 1970, un periodo molto florido per la musica ballabile, in cui le discoteche iniziavano a diventare la moda, sospinte anche grazie al modello americano della “saturday night fever”. Nei locali, a differenza di un certo attuale monotematismo, si suonava un crossover di disco, funk, soul, reggae e world music, mescolate da Disc Jockey poi dimostratisi molto capaci nell’arte di sperimentare il mix di generi, e questo contribuì alla nascita definitiva del genere afro, ed io sono tra questi.

Il nome “musica afro” si dice sia dovuto al dj Daniele Baldelli considerato il massimo esponente del genere, che all’epoca si esibiva ai piatti nel locale Baia degli Angeli di Gabicce. In un periodo tra il 1976 ed il 1979, alla quale si aggiunse poi Claudio Rispoli in alias Moz-art, ed io in quell’anno iniziai al Divina a Torino e segui una stagione estiva al Mirage di Rimini e al New york di Miramare. Dai djset del periodo si capisce come il genere non aveva sostanziali collegamenti con la vera e propria musica africana (afro-pop, o in generale musica etnica di origine africana) come farebbe pensare il nome, ma fu il pubblico a dare a questo tipo di musica tale denominazione, esisteva una moda particolare fatta di camice Hawaiane e jeans usati provenienti dall’america, a Torino era famoso lo store “La dea del paradiso sciccoso” che utilizzava come logo il volto di Marylin Monroe.

Era solo l’inizio di un fenomeno di tendenza durato sino a metà anni ’80.

 

DISCOMUSIC: le origini


MusicPlaylist
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A PIU’ DI TRENTANNI MA NON LI DIMOSTRA

a cura di Edo Morelli

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1975  Anno di partenza perchè rappresenta l’anno della trasformazione: fino ad allora la gente ballava sulle note di due generi dominanti: il Soul e il Rhythm & Blues originari degli States e fondati sulla tradizione musicale proveniente dai ghetti urbani. Nella comunità nera risuonava la voce di James Brown, di Aretha Franklin e delle numerose star della Tamla Motown e della Stax: artisti in grado di animare quel sound sofisticato utilizzando la loro incredibile voce formata dalla tradizione gospel. Purtroppo le differenze razziali esistevano anche sul fronte discografico determinando una spaccatura nelle scelte musicali finchè iniziarono a venire pubblicate canzoni dalla forte base ritmica e decisamente pop come Rock your baby di George Mc Crae o Get Down Tonight della K.C. & The Sunshine Band. Questa voglia di divertimento fuori ad ogni pregiudizio si concretizzo’ in un nuovo sound che vedeva il ritmo al centro della scena. In Italia, oltretutto, iniziavano a moltiplicarsi le radio libere, un fenomeno nato il 10 marzo del 1975 con le prime trasmissioni di Radio Milano International e divenuto in poco tempo una giungla priva di regole, popolata da centinaia di emittenti sparse sulla nostra penisola. Un nutrito gruppo di ragazzi appassionati e desiderosi di mettersi in luce proponendo sonorità innovative e spingendo i numerosi debutti artistici ad iniziare da Donna Summer che caratterizzò quell’inverno con il sospirante Love To Love You Baby seguìto nel giro di pochi mesi da Could it be magic, Spring Affair e Try Me, I Know…, un incredibile poker che le valse il soprannome di “regina della discomusic”. Nel frattempo si confermavano gruppi come le Silver Convention e le Ritchie Family mentre dall’Europa esplodevano i tedeschi Boney M e gli svedesi Abba. La macchina discografica si era ormai messa in moto avvicinando a questo mondo anche artisti affermati come Barry White, Jimmy Castor Bunch o Gloria Gaynor. Persino i Bee Gees, legati fino a quel momento ad un rock melodico, capirono la situazione inventandosi una canzone come You Should Be Dancin’. Il limite in discoteca di queste canzoni era la scarsa durata (circa tre minuti) e proprio nel 1976 iniziarono ad essere realizzate le prime “Long Version” portate alla ribalta da Heaven Must Be Missing An Angel dei Tavares richiestissimo nella versione Maxi. Un supporto a disposizione di una nuova figura emergente: il disc jockey che, dalle sue pionieristiche consolle, riusciva a sviluppare, attraverso i virtuosismi del giradischi, una inarrestabile sequenza musicale che nel tempo lo ha portato a diventare una delle figure centrali nella produzione discografica. Oltretutto il feeling che riusciva ad instaurare con il pubblico permetteva a chi ballava di fare lo spettacolo ed al tempo stesso di essere protagonista. .
canzoni che hanno lasciato nel loro genere un segno indelebile: dagli straordinari arrangiamenti degli Undisputed Truth con You + Me=Love, al sound of Philadelphia di Harold Melvin, dalle note morbide di Deniece Williams al classico Lipstick di Michael Polnareff. Il tutto unito dalle Chic, Minnie Riperton e le Emotions prese come riferimento per il 1977.

1977
E’ senza dubbio uno degli anni più importanti nella storia della discomusic poichè coincide con la presa di coscienza da parte della discografia mondiale sulle forti potenzialità reddituali di questo genere musicale. In Italia si moltiplicavano i negozi specializzati in dischi d’importazione: Goody Music, Pacha Records, Sound Explosion, solo per fare degli esempi, diventando un luogo d’incontro per Dj o aspiranti tali in un panorama radiofonico che vede, quasi quotidianamente trasformare cantine e soffitte in sedi ideali per l’apertura di radio libere. Le radio locali superano ormai il migliaio di unità e puntano su artisti già affermati come Roberta Kelly, Donna Summer, Ritchie Family… cavalcando pero’ al tempo stesso ogni segnale di cambiamento ad iniziare da Jean Marc Cerrone, un giovane batterista francese che si inventa l’elegante Love in C minor costruita sulla centralità della ritmica abbinata ad arrangiamenti di tipo orchestrale. Una visione condivisa da un grande compositore come Alex Costandinos che ipnotizza gli ascoltatori piu’ evoluti con il sensuale Love and Kisses.
Nel gennaio esce la prima compilation legata a questo filone musicale: si intitola “20 Top Hits Disco Dance vol. 1” ed è pubblicata dalla Derby. Al suo interno troviamo artisti come Tina Charles o Wild Cherry . Il grande avvenimento è rappresentato dall’uscita della febbre del sabato sera, il film con John Travolta che cambiò le abitudini del “dopocena” di molti italiani. Come per incanto le centinaia di dancing si trasformano in discoteche dai nomi accattivanti (Jackie O, Paradiso, Nepentha…) o legati a gloriosi locali d’oltreoceano (Studio 54). Erano molto piu’ grandi ed attrezzate delle vecchie balere e potevano contare sulla complicità delle tante radio private che iniziavano a sorgere in quel periodo. Se nel 1960 i locali da ballo in italia erano circa 600, con il boom della discomusic raggiunsero il numero di 4000 per giungere a metà degli anni ’80 ad oltre 7300 superando le sale cinematografiche scese in quindici anni da 11.500 a poco piu’ di 4200. Il 45 giri di Don’t Let Me Be Misunderstood dei Santa Esmeralda o la voce in falsetto di Sylvester nell’inconfondibile You Make Me Feel sono due ricordi indelebili di quell’estate. Diventano familiari i nomi di Gloria Gaynor, Boney M, Roberta Kelly e Cerrone mentre la trasgressione dei Village People o la classe innata delle Chic ci portano ad indossare puntualmente nel weekend il pantalone a zampa d’elefante ed a posizionarci sotto la mitica palla di specchi. In quel periodo la musica da discoteca contagiava tutti, persino Adriano Celentano che nell’autunno ‘77 realizzo’ l’album Tecadisk contenente brani trascinanti come Somebody Save me. Anche nel nostro paese alcuni pionieri come i fratelli La Bionda riescono ad ottenere i primi successi puntando su facili melodie: è il caso di Disco Bass per i D.D.Sound, brano utilizzato per molti anni come sigla della Domenica Sportiva. E’ la riprova che l’esplosione della musica da ballo permette le prime contaminazioni tra generi diversi: i Kraftwerk, ad esempio, spingono la musica elettronica fuori dall’ambito sperimentale attraverso Trans Europe Express evoluzione del piu’ ostico Autobahn. Il loro esempio viene trasformato in chiave spaziale da due emergenti formazioni francesi i Rockets e gli Space pronte a cavalcare la passione popolare per l’ignoto conseguente all’uscita nelle sale cinematografiche di Star Wars, il capolavoro di George Lucas. Il disco di riferimento per le masse esce nel corso dell’estate ed è Don’t Let Me Be Misunderstood il brano spagnoleggiante dei Santa Esmeralda che ancora oggi si merita un posto d’onore nelle serate anni ’70. Probabilmente sono questi i mesi più interessanti della discomusic: in poche ettimane assistiamo ad una serie di uscite eccezionali: l’altoatesino Giorgio Moroder con l’innovativa From Here To Eternity, i Village People (gruppo multirazziale creato dagli hit-maker Morali-Belolo), Grace Jones con La Vie En Rose e i C.J. & CO, progetto super raffinato ideato dal produttore Dennis Coffey, che ci incantano con la loro Devil’s Gun. Tra gli exploit una citazione è d’obbligo per Music dei Montreal Sound, per i Cafe Creme con il medley Situation Inenterroumpe e per Rockollection di Laurent Voulzy.

1978
Se il 1977 viene ricordato per l’esplosione della discomusic, il ’78 ne identifica la definitiva consacrazione.
Gia’ dai primi giorni dell’anno gli scaffali dei negozi specializzati vengono riempiti da decine di indimenticabili riempipista che “ipnotizzano” dj e radio libere: è il caso di Black Jack per il francese Baciotti che si contende lo scettro invernale con gli album dei Voyage e delle Bionic Boogie Tra palle di specchi e viaggi in 50 Special o per i piu’ audaci in Ktm, emergono nei club esclusivi le sonorità arabeggianti della Biddu Orchestra, gli arrangiamenti degli Earth Wind & Fire e la disco “patinata” dei Detroit Esmeralds, mentre il grande pubblico preferisce scatenarsi con Let’s All Chant di Michael Zager, I love America di Patrick Juvet o con
una formidabile Pattie Labelle in Eyes in back of my head. Il settore attraversa un momento di straordinario fermento e si affermano talenti naturali come Bernard Edwards e Nile Rodgers che portano alla ribalta, attraverso il progetto Chic, la loro mitica chitarrina, riferimento di una discografia che include nel ’78 Everybody Dance e soprattutto Le Freak il loro maggiore successo commerciale. Anche il nostro paese scopre la possibilità di un mercato globale e difatti artisti emergenti come La Bionda, Macho e D.D.Sound si affermano anche su scala internazionale. In quella memorabile estate esplode Sylvester che diventa il tormentone con la sua You Make Me Feel; ottimi risultati vengono raggiunti dalle Musique con Keep on
Dancing e In the Bush, da Boogie Oogie Oogie delle Taste of Honey e naturalmente da Frankie Valli con il tema portante di Grease. Appare evidente l’elevato livello qualitativo delle produzioni edite in quel periodo e non è un caso che oggi, a 25 anni di distanza, queste canzoni rappresentano la parte fondamentale delle numerose serate revival. Proprio per ripercorrere al meglio il 1978, non possiamo dimenticare alcuni simboli della seconda metà dell’anno come Istant Replay per Dan Hartman, YMCA dei Village People, Hold your Horses delle First Choice o Superstar per Bob Mc Gilpin; canzoni dalla facile memorizzazione che riuscirono, con la loro forza esplosiva, a superare le produzioni curatissime delle varie Saturday Night Band, Goody Goody o di Johnny Taylor con l’imperdibile Hey Mr.Melody Maker. Una valanga di riempipista che puntualmente venivano proposti, dal compianto dj Leonardo “Leopardo” Rececconi, all’interno del Soul Train Disco Dance la classifica settimanale di Radio Milano International che era considerata il programma di riferimento per la musica da ballare. Una chart che vedeva in chiusura di anno gli exploit di Lady Bug delle Bumble Bee Unlimited e di Patrick Hernandez con Born To Be Alive ma questa è un’altra storia ………..